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La dimensione estetica del Judo
di Paul Crugnola - 2003

Il Judo, o meglio, le arti marziali le vidi per la prima volta nel 1963 alla Fiera Campionaria di Milano, quando la “Fiera di Milano” era ancora una grande avventura e prima che si frantumasse nelle innumerevoli fiere di settore. Con mio padre mi avventuravo fra i diversi padiglioni alla ricerca, soprattutto, degli stands dei giocattoli, quando all’improvviso, la nostra attenzione fu attratta da un nugolo di persone assiepato davanti ad uno stand, dal quale provenivano una serie di strani rumori. Sembravano vere e proprie “botte” e, incuriositi, ci avvicinammo per capire cosa fosse. Quando riuscii ad arrivare in prima fila rimasi sbalordito ed insieme piacevolmente ammirato. Due persone, vestite in modo strano con una specie di gonna nera, “volavano” letteralmente da una parte all’altra dello stand, apparentemente senza farsi male. I loro corpi disegnavano delle linee ampie ed eleganti nello spazio e questo fu l’inizio... Adesso so di cosa si trattava: erano praticanti di Aikido che si esibivano per far conoscere al pubblico la loro disciplina. Ma per me erano solo “gli uomini bianchi che volavano” e la loro ricerca occupò i miei pensieri per parecchio tempo. Dopo alcuni anni riuscii ancora a trovare altri “uomini che volavano” anche se in maniera diversa e vestiti tutti di bianco. Era il 1968 e cominciai allora la mia avventura nel mondo del Judo (*).
Quello che mi aveva attirato non era l’efficacia del metodo, né tantomeno la possibilità di ”battere” un nemico o sconfiggere un avversario. Era l’eleganza e la leggerezza del gesto che, almeno apparentemente, quegli “uomini volanti” esprimevano senza alcuna fatica o sforzo. Era la “dimensione estetica” del Judo. Il Judo può essere praticato per mille fini e in mille modi, ma solo ricercando la tecnica pura, muovendosi senza alcuno sforzo, riuscendo, quasi per magia, a sollevare, anzi, a “far volare” il nostro compagno, solo allora, si scopre la sua dimensione estetica. Quando il gioco riesce é un piccolo grande prodigio, un momento di grande gioia ed esaltazione e si é soddisfatti e ripagati di tutti gli sforzi fatti per arrivarci. Qualcuno potrà dire che sono tutte balle e che si ha un bel dire e parlare di estetica davanti ad uno che se ne resta piantato per terra con lo sguardo truce e che magari pesa più di un quintale. A queste persone risponderò ricordando che il Judo deve essere soprattutto Ji Ta Kyo Ei e Seyryoku Zen’yo, Collaborazione e Migliore impiego delle proprie energie. Se poi uno preferisce spendere il proprio tempo e le proprie energie cercando di restare a tutti i costi “attaccato a terra” e con la faccia minacciosa, per carità, é liberissimo di farlo. Io, da parte mia, preferisco imitare uno di quegli “uomini bianchi che volavano” e spiccare il volo con il sorriso sulle labbra e nel cuore.

(*) Era la palestra del CUS Parma del M° Schioppa.
Mae Ukemi - 1910 circa - Uyenishi