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Sutemi, il sacrificio. di Paul Crugnola - 2009 |
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Le Sutemi Waza, le cosiddette tecniche di sacrificio, sono molto famose tra i praticanti di judo, sono molto spettacolari e rendono bene quell’idea di Ju che sta alla base del Judo. Cedere, perdere l’equilibrio, cadere per far volare l’avversario, sono cose strane che vanno contro tutto quello che ci è sempre stato insegnato: “Non cadere!” “Stai attento che cadi!” e così via. Nella nostra cultura, perdere l’equilibrio è sinonimo di alterazione mentale. E, allo stesso modo, quando uno è “a terra” significa che è al minimo delle sue potenzialità. Cadere bene per non farsi male, ma anche per proiettare. Il Sutemi richiede la caduta di entrambe i contendenti e la caduta è la prima cosa che s’impara nel Judo, ma le Sutemi Waza arrivano molto più tardi e in misura limitata. Non è raro trovare palestre con un bagaglio tecnico di non più di 2 o 3 tecniche quando invece, nella loro totalità, sono più di 30. Da qui il loro scarso utilizzo nelle competizioni in cui è ben raro vederle applicare. Sutemi Waza e Ne Waza (lotta a terra) sono realtà molto legate fra loro. Un errore di applicazione in una tecnica di sacrificio porta immediatamente il combattimento a terra, ma questo non sempre è gradito a molti combattenti. L’arbitraggio odierno penalizza la lotta a terra perché poco “visibile” e di difficile comprensione per i non addetti del grande pubblico soprattutto televisivo. Tutto questo porta ad un atteggiamento molto prudente nei confronti delle Sutemi Waza che vengono viste come tecniche rischiose, belle da vedere, ma di difficile utilizzo nel combattimento. Andiamo un po’ oltre. Il concetto di sacrificare il proprio equilibrio può essere applicato anche ad altre tecniche oltre che alle Sutemi waza? Nel Randori (esercizio libero) i contendenti sono sempre in movimento in virtù del quale è possibile eseguire le tecniche di judo (almeno così dovrebbe essere). Ma per farlo bisogna portare il proprio corpo verso quel movimento, quell’energia, assecondandola secondo i propri fini di attacco o difesa. E’ un po’ come il surfista che cerca di cavalcare l’onda del mare, che non può pensare di star fermo, ma deve sbilanciarsi nel turbinio delle forze che lo circondano per sfruttarle a proprio vantaggio. In questa operazione egli sacrifica la propria stabilità, il proprio equilibrio e, importante, lo fa volontariamente. Cioè, non è un atto casuale, bensì voluto e consapevole: egli decide di “sacrificarsi”. E’ una sorta di “salto nel buio”, inquietante ma necessario. Grazie a questo “piccolo grande sacrificio”, anche un piccolo judoka, magari di soli 40kg, può sperare di abbattere il suo avversario perché saranno 40kg che, grazie al sutemi, andranno ad interagire, moltiplicandosi, con il sistema delle energie in gioco. Con un po’ d’immaginazione (ma neanche tanta) è facile estendere questa logica a tutte le tecniche del judo senza limitare il discorso alle sole Sutemi Waza canoniche. Andiamo ancora oltre. Forse è possibile affermare che lo stesso concetto di JU non è altro che l’idea del Sutemi estesa su un piano molto più vasto ed esistenziale. Jigoro Kano nei suoi famosi aforismi “Sei’ryoku zen’yo” e “Ji ta kyo ei” lascia intravedere la possibilità di un’applicazione del judo anche “al di fuori della materassina”, nella vita di tutti i giorni. La cosa sembra essere ribadita anche dall’ultimo kata di sua ideazione, l’Itsutsu no Kata, in cui di tecnica di combattimento ce n’è ben poca. I gesti diventano improvvisamente simbolici e sembrano indicare giochi di forze e atteggiamenti più legati all’uomo in generale che alla sua presenza sul tatami. Una sorta di “astrazione” in cui ci si muove sbilanciandosi verso l’energia in gioco, cercando di sfruttarne anche i più deboli afflati e, attraverso la pratica del Sutemi, attuare l’idea del JU del JUDO. |
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